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Νίκη

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Venerdì scorso, uscendo dal lavoro, ho parlato brevemente con un collega e amico greco. Mi ha detto che sarebbe partito sabato per casa sua. Per andare a votare, certo, ma soprattutto per portare un po’ di contanti alla sua famiglia. Mi è sembrato piuttosto preoccupato e non particolarmente ottimista, indipendentemente dal risultato del referendum. In effetti, pensandoci, non ho idea di cosa alla fine abbia votato. Se da un lato era ben conscio di quanto le dissennate politiche di austerità imposte dalla troika avessero affossato il suo paese, aggravandone la crisi anziché risolverla, e pessimista sulla volontà dell’Europa di cambiare le proprie politiche a riguardo, dall’altro non era molto entusiasta del governo greco e pensava che forse un governo tecnico avrebbe forse potuto negoziare un compromesso un po’ migliore e mettere in atto qualche riforma più efficace.

Credo che tornerà ancora preoccupato e insicuro sulla sorte che aspetta il suo paese. Come tutti, del resto.

Ma, nonostante tutto, nonostante l’incertezza del futuro, nonostante le condizioni dure e precarie in cui si trovano la sua famiglia e la sua patria, credo che stasera si debba essere contenti per lui, per loro. Un popolo che è stato capace, nelle condizioni in cui era, di dare la risposta che ha dato oggi di fronte a quello che era di fatto un ricatto, riuscirà alla fine a risollevarsi qualunque cosa accada.

E, oltre a essere contenti per il popolo greco, penso che tutti noi europei dovremmo stasera ringraziarlo per non essersi piegato, per essere rimasto così coraggiosamente in piedi. Perché è solo grazie alla risposta data oggi dal popolo greco che resta possibile l’esistenza di un’Europa fatta non soltanto di interessi economici, di egoismi e particolarismi geografici opposti fra loro, ma anche di solidarietà e democrazia.

Da domani, vedremo se i governi degli altri stati europei saranno all’altezza, o se invece distruggeranno per sempre questa possibilità.


E perché non ukulele?

La Corte suprema parla di “unione tra due persone”. Perché solo due? Spunti per legalizzare la poligamia (e oltre).

New York. Da un punto di vista della teoria giuridica, la poligamia è stata sdoganata nello spirito di numerose sentenze. Quella della Corte suprema americana sul matrimonio gay è solo l’ultima conferma. Si parla di “unione fra due persone”, certo, ma la definizione non è giustificata, è arbitraria, si basa su tradizioni e convenzioni che possono essere impugnate e ribaltate. Se il genere sessuale non è il fattore discriminante in una relazione, allora il due è un numero come un altro, puro retaggio tradizionale e convenzione. Quello che manca è solamente un gruppo di pressione, un movimento culturale che spinga le istanze della poligamia con la stessa energia con cui la lobby arcobaleno ha spinto l’uguaglianza matrimoniale per i gay, e il gioco è fatto. E se il numero due non è il fattore discriminante in una relazione, allora la parola persone è anch’essa un termine come altri, puro retaggio tradizionale e convenzione. E, spingendoci oltre, la locuzione unione, allora, non dovrebbe essere anch’essa un termine dettato da un puro retaggio convenzionale? Per non parlare di fra, una preposizione antica e formale che, peraltro, mi è sempre stata enormemente sul cazzo.

“Il matrimonio è un vascello con quattro caimani”, ecco cosa ci sarà scritto ben presto su quel testo, se non ci opponiamo subito. Mi domando dove andremo a finire di questo passo, signora giraffa mia!

P.S.: il post è ispirato a un vero articolo uscito su un in linea di principio vero quotidiano, giusto oggi. Gran parte del testo è, parola per parola, ripreso dall’articolo citato. Lascio come esercizio al lettore decidere cosa esattamente abbia aggiunto io, e cosa facesse parte dell’articolo originale. La soluzione la trovate qui.

P.P.S.: il bello è che, una volta fatte queste logiche premesse (o quasi), l’articolo passa a parlare di qualcosa di completamente diverso. Consiglio vivamente agli amanti del WTF di seguire il link.


La puta que lo parió.

L’anno scorso mio figlio ha avuto un periodo difficile a scuola. A lezione si annoiava, era spesso stanco e credo fosse anche stato preso di mira da un gruppetto di ragazzi un po’ più grandi di lui. Niente di serio, ma era capitato che lo prendessero in giro e soprattutto che a volte lo provocassero approfittando di una certa sua rigidezza, ad esempio nel pretendere il rigoroso rispetto delle regole mentre erano impegnati in un qualche gioco, oltre che della sua tendenza a reagire alle frustrazioni infuriandosi e dando in escandescenze.

Così, ci è successo di doverci scusare con le maestre e coi genitori di qualche compagno per un paio di sui scoppi d’ira, con relativi spintoni e, in un caso, un pugno (anche se più probabilmente si trattava di una manata). Ovviamente tali intemperanze sono state seguite da lunghe ramanzine e relative punizioni. E sia io che sua madre ci siamo ampiamente dilungati con lui, spiegandogli che non doveva mai rispondere alle provocazioni con la violenza fisica. Mai, in nessun caso, qualsiasi fosse la provocazione. Mai, neppure nel caso in cui, ad esempio, insultassero sua mamma.

Credo che mio figlio abbia imparato la lezione e in effetti non sono più avvenuti altri episodi del genere, anche se sono abbastanza sicuro che in qualche occasione le provocazioni si siano effettivamente ripetute. Forse ora è più maturo, forse aiuta il fatto che abbia ritrovato interesse nella scuola e si trovi in generale meglio coi compagni di quest’anno. Ma credo che il fatto che avessimo insistito così tanto sul non cedere alle provocazioni e non reagire con la violenza sia stato determinante. Non sempre i figli recepiscono subito i messaggi che i genitori gli trasmettono, ed è importante spiegare loro le cose con chiarezza, ripetendo se necessario più volte i concetti fondamentali, specie se sono ancora dei bambini. Per inciso, mio figlio ha ora nove anni.

Papa Francesco, lui, invece ne ha 78.


Una questione di pelle

Una questione di pelle

Due ore e mezza di faccia a faccia fra Berlusconi e Renzi.
Due ore e mezza.
Io non lo so, ma stare due ore e mezza chiusi in una stanza con Berlusconi, da soli o quasi, faccia a faccia. E parlarci, e discuterci per tutte le due ore e mezza, che sono tante, io dico, non lo so, ma secondo me bisogna averci davvero la pelle dura.

(photo from so many cute animals)


Chissà perché

Chissà perché avevo aperto questo posto, e poi non l’ho mai usato.

E chissà perché ora, a due anni di distanza, ho deciso che è arrivato il momento di iniziare a scriverci qualcosa.

In realtà forse lo so, e magari prima o poi lo spiego.
Per ora, accontentatevi.


Che poi

Io mica lo so perché l’ho aperto, questo coso.


gravita' zero

God damn it, you've got to be kind.