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La banalizzazione del male.

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“A fasci!” (Sciscia).

Oggi mi è capitato di condividere l’immagine qui sopra su Facebook (chi ha passato le ultime 24 ore chiuso in un barile di aringhe e non ha idea di cosa stia parlando, può eventualmente aggiornarsi qui.) Naturalmente, sono stato immediatamente ripreso da un amico (Ma ti rendi conto che questa cosa non fa schifo uguale ma peggio?). Me l’aspettavo, e da lui in particolare, devo dire. Eppure l’avevo condivisa lo stesso. Così quando ho letto il suo commento mi sono chiesto perché l’avessi fatto, e poi di seguito quale fosse davvero il senso dell’immagine, delle altre immagini che l’avevano preceduta, e di tutta la vicenda.

(Questo è uno degli indubitabili vantaggi dell’avere amici – reali o virtuali che siano – che ti sgridano spesso. Magari hanno torto, ma ti aiutano comunque a pensare, mentre i  complimenti fanno ovviamente piacere ma alla lunga risultano meno utili. Anche se in effetti ci terrei a dire che al momento la mia quota di amici (e non) da cui vengo abitualmente e con frequenza criticato è più che fornita. Quindi i complimenti vanno benissimo, grazie, non vi preoccupate.)

Tornando al tema principale, mi sono risposto che avevo condiviso l’immagine soprattutto perché mi aveva fatto ridere (e questo in genere per me è già sufficiente per condividere qualcosa).  Mi aveva fatto ridere perché il ribaltare una tesi mostrandone l’assurdità è un meccanismo comico che, se eseguito bene, trovo sempre irresistibile. E rappresentare realmente Anna Frank nei panni di una tifosa romanista, anche senza  bisogno della maglietta, mostrava tutta l’incongruità del tirare in ballo un personaggio storico come Anna Frank in un certo contesto e per di più in qualità di insulto. Poi, mi sembrava in qualche modo giusto che fosse Anna stessa a ricordare ai fascisti la loro condizione di sconfitti 4-0 dalla storia. E ricordare loro che, per quanto si possano sforzare, il giudizio su fascismo e nazismo e su chi in quegli anni sia stato vittima e chi carnefice è e rimane univoco e (quasi) universalmente condiviso. Infine (ma qui probabilmente proietto una mia interpretazione personale, al di là delle intenzioni dell’autore) mi è sembrato che l’immagine, proprio nell’essere antiretorica e irriverente, fosse una buona risposta alla retorica sfoggiata nell’editoriale di Repubblica, con corredo vario di Anne Frank multicolori (come da link iniziale), e da altri. L’immagine mi sembrava riportasse la cosa in un ambito, quello dello sfottò fra tifoserie più o meno politiche, in cui aveva senz’altro maggior senso.

Perché, bisogna ammetterlo, il mio amico aveva in gran parte ragione. Intanto,  Anna Frank e la vicenda storica che rappresenta meritano molto di meglio che una serie effimera di memi. E mentre secondo me (e qui sono in disaccordo col mio amico, temo) una vignetta o una battuta in qualche luogo più o meno trascurabile della rete – non mi metto volutamente a parlare di satira – possono e devono  giustamente fregarsene di certi criteri, non è lo stesso per un quotidiano o un ex-presidente del consiglio.

La cosa di gran lunga peggiore per me, però, è quella a cui ho fatto allusione con il titolo del post, la banalizzazione del male. Una cosa che sottende a tutti gli esercizi di indignazione per la vicenda, lo svuotare le tragedie storiche allontanandole da noi e imprigionandole in una retorica falsamente politicamente corretta, che le priva di significato rispetto alla storia e soprattutto di impatto sul presente. Il difendere le immagini senza occuparsi della loro incarnazione attuale. Dalle lezioni della storia non si impara nulla, anzi, servono solo ad esorcizzare il male che è più vicino a noi, a nasconderlo, ad aiutarci a dimenticare. Come ricordava oggi un altro amico, l’immagine di Anna Frank dovrebbe farci venire in mente innanzitutto la cosa più simile a un lager che oggi esista vicino a noi, in gran parte a causa nostra e con la nostra complicità: i campi di prigionia libici, i cui carcerieri continuiamo a foraggiare. Mentre coloriamo magliette addosso ad Anna Frank per stigmatizzare quattro deficienti.

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Simmetrie (e no).

“Perché dovremmo interessarci alla simmetria? Innanzitutto perché la mente umana la trova affascinante” – R. Feynman

 

I fisici adorano le simmetrie.

Si impara molto dalle simmetrie. Quando ne incontra una, il fisico è felice perché sa che probabilmente capirà qualcosa in più di prima e, soprattutto, facendo molta meno fatica di quanto avrebbe fatto altrimenti (i fisici tendono a essere pigri).

In ogni caso, gli avvenimenti e le polemiche degli ultimi mesi sui migranti delineano una magnifica simmetria (tecnicamente, un’anti-simmetria, ma non sottilizziamo), che osservo affascinato da alcuni giorni. Ma facciamo innanzi tutto un passo indietro. Ve lo ricordate, no? Non è passato molto tempo, giusto un paio di mesi o poco più: tutti (o quasi) davano addosso alle ONG che praticavano il soccorso in mare con l’accusa di essere in contatto con i trafficanti, anzi, di essere in combutta con loro, e addirittura di farsi pagare da loro per aiutarli a far arrivare i migranti in Italia, illegalmente. Tutto falso, ovviamente. Ma, di colpo, il rispetto della legalità nel Mediterraneo sembrava essere diventato il problema principale del nostro paese.

Ora, invece, ci troviamo davanti un governo che è in contatto coi trafficanti, anzi, è in combutta con loro, e addirittura li paga profumatamente per farsi aiutare a non fare arrivare i migranti in Italia. Tutto, molto presumibilmente, vero. E, naturalmente, tutto illegale. Ma nessuno (o quasi) attacca il governo. Quelli che strillavano “Legalità innanzi tutto!!1!UNDICI!!” sono stranamente silenziosi (no, vabbè, non è vero; ma sono troppo occupati a strillare su altri temi per occuparsi di questo). Chi argomentava “Certo, le ONG fanno un lavoro meritevole, ma le regole esistono e tutti devono rispettarle e altrimenti dove finiremmo signoramia.” si sono trasformati di colpo in cinici proseliti di Machiavelli. E chi ricordava che assecondare i trafficanti significava perpetuare le sofferenze dei migranti ora gongola del fatto che restino chiusi in campi di concentramento, torturati e uccisi. Purché ben lontani dalla nostra vista.

La lezione da imparare è semplice, e forse non ci sarebbe stato nessun bisogno di osservare in atto questa antisimmetria di comportamenti per immaginarsela. Ma ai fisici piace avere conferma sperimentale delle proprie ipotesi. Il fatto è che a nessuno o quasi in Italia frega della legalità, dei trafficanti, dei loro crimini e di come fermarli e, soprattutto, della sorte dei migranti.
Tutto, assolutamente tutto, va bene.

Basta che non arrivino.


gravita' zero

God damn it, you've got to be kind.