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Buonisti

Chiusura dei porti, respingimenti, “pacchia”, “crociere”, censimento dei Rom.

Il nuovo governo italiano ce la mette tutta nel darsi un’immagine precisa e definita, e nel solleticare le peggiori pulsioni di parte della popolazione. Parlo di immagine e basta per ora, perché gli atti sono poca cosa – quando ci sono – rispetto alle dichiarazioni infuocate.

Ma servono a preparare il terreno.

Terreno fertile, a leggere gli sproloqui che invadono la rete dopo ogni provocazione. Un branco di cani rabbiosi, nutriti a paura e ignoranza. E naturalmente, pronta per chiunque obietti all’assurdità dei proclami e all’inconsistenza degli argomenti, l’accusa di buonismo.

Ma bisogna stare molto attenti a giocare con certe cose. Sarebbe molto meglio lasciare dormire in pace parole d’ordine e concetti legati a un passato che tutti o quasi reputano dimenticato, ma che evidentemente resta ancora presente sotto la superficie (e spesso neppure troppo sotto).

Oggi il direttore di un quotidiano intitolava il suo editoriale “Pietà l’è morta”, citazione esplicita di un canto partigiano.
L’allusione era chiaramente alla pietà umana drammaticamente assente negli atti e nelle dichiarazioni del governo.
Solo che in realtà si tratta di una citazione errata, o quantomeno incompleta.
La pietà che è morta non è – o non solo – quella degli aguzzini. Nella canzone di Nuto Revelli, a morire è piuttosto la pietà dei giusti che si ribellano all’oppressione, come testimoniano le strofe finali:

“Combatte il partigiano

la sua dura battaglia

tedeschi e fascisti

fuori d’Italia!

Tedeschi e fascisti

per sempre fuori d’Italia

gridiamo a tutta forza

pietà l’è morta!”

Che stiano attenti a evocare certi fantasmi. Non saremo buonisti per sempre.
Molto probabilmente, non lo siamo già più.

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La banalizzazione del male.

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“A fasci!” (Sciscia).

Oggi mi è capitato di condividere l’immagine qui sopra su Facebook (chi ha passato le ultime 24 ore chiuso in un barile di aringhe e non ha idea di cosa stia parlando, può eventualmente aggiornarsi qui.) Naturalmente, sono stato immediatamente ripreso da un amico (Ma ti rendi conto che questa cosa non fa schifo uguale ma peggio?). Me l’aspettavo, e da lui in particolare, devo dire. Eppure l’avevo condivisa lo stesso. Così quando ho letto il suo commento mi sono chiesto perché l’avessi fatto, e poi di seguito quale fosse davvero il senso dell’immagine, delle altre immagini che l’avevano preceduta, e di tutta la vicenda.

(Questo è uno degli indubitabili vantaggi dell’avere amici – reali o virtuali che siano – che ti sgridano spesso. Magari hanno torto, ma ti aiutano comunque a pensare, mentre i  complimenti fanno ovviamente piacere ma alla lunga risultano meno utili. Anche se in effetti ci terrei a dire che al momento la mia quota di amici (e non) da cui vengo abitualmente e con frequenza criticato è più che fornita. Quindi i complimenti vanno benissimo, grazie, non vi preoccupate.)

Tornando al tema principale, mi sono risposto che avevo condiviso l’immagine soprattutto perché mi aveva fatto ridere (e questo in genere per me è già sufficiente per condividere qualcosa).  Mi aveva fatto ridere perché il ribaltare una tesi mostrandone l’assurdità è un meccanismo comico che, se eseguito bene, trovo sempre irresistibile. E rappresentare realmente Anna Frank nei panni di una tifosa romanista, anche senza  bisogno della maglietta, mostrava tutta l’incongruità del tirare in ballo un personaggio storico come Anna Frank in un certo contesto e per di più in qualità di insulto. Poi, mi sembrava in qualche modo giusto che fosse Anna stessa a ricordare ai fascisti la loro condizione di sconfitti 4-0 dalla storia. E ricordare loro che, per quanto si possano sforzare, il giudizio su fascismo e nazismo e su chi in quegli anni sia stato vittima e chi carnefice è e rimane univoco e (quasi) universalmente condiviso. Infine (ma qui probabilmente proietto una mia interpretazione personale, al di là delle intenzioni dell’autore) mi è sembrato che l’immagine, proprio nell’essere antiretorica e irriverente, fosse una buona risposta alla retorica sfoggiata nell’editoriale di Repubblica, con corredo vario di Anne Frank multicolori (come da link iniziale), e da altri. L’immagine mi sembrava riportasse la cosa in un ambito, quello dello sfottò fra tifoserie più o meno politiche, in cui aveva senz’altro maggior senso.

Perché, bisogna ammetterlo, il mio amico aveva in gran parte ragione. Intanto,  Anna Frank e la vicenda storica che rappresenta meritano molto di meglio che una serie effimera di memi. E mentre secondo me (e qui sono in disaccordo col mio amico, temo) una vignetta o una battuta in qualche luogo più o meno trascurabile della rete – non mi metto volutamente a parlare di satira – possono e devono  giustamente fregarsene di certi criteri, non è lo stesso per un quotidiano o un ex-presidente del consiglio.

La cosa di gran lunga peggiore per me, però, è quella a cui ho fatto allusione con il titolo del post, la banalizzazione del male. Una cosa che sottende a tutti gli esercizi di indignazione per la vicenda, lo svuotare le tragedie storiche allontanandole da noi e imprigionandole in una retorica falsamente politicamente corretta, che le priva di significato rispetto alla storia e soprattutto di impatto sul presente. Il difendere le immagini senza occuparsi della loro incarnazione attuale. Dalle lezioni della storia non si impara nulla, anzi, servono solo ad esorcizzare il male che è più vicino a noi, a nasconderlo, ad aiutarci a dimenticare. Come ricordava oggi un altro amico, l’immagine di Anna Frank dovrebbe farci venire in mente innanzitutto la cosa più simile a un lager che oggi esista vicino a noi, in gran parte a causa nostra e con la nostra complicità: i campi di prigionia libici, i cui carcerieri continuiamo a foraggiare. Mentre coloriamo magliette addosso ad Anna Frank per stigmatizzare quattro deficienti.


ɐıoq

Oggi mio figlio, sbirciando sul mio computer la prima pagina di Repubblica con le contestazioni per i funerali di Priebke, mi ha chiesto: “Papà, come mai c’è scritto boia?”.
“Fammi finire di leggere, poi te lo spiego”, gli ho risposto. Poi, come spesso mi succede, me ne sono dimenticato.

Più tardi, a cena, mentre alzavo per caso il braccio con la mano tesa per raggiungere uno scaffale alto della cucina: “Sai papà – mi ha detto, ripetendo il mio gesto – se fai così, in Germania rischi di andare in galera. Un mio amico tedesco mi ha detto che da loro è proibito. Mi ha detto che è perché era il gesto che faceva Hitler, lo sai? Ah, poi un altro mio amico ha detto che un calciatore l’aveva fatto durante una partita e allora l’hanno sospeso per tredici partite. Che io all’inizio pensavo l’avessero appeso, a testa in giù, durante tutte le tredici partite.”

Dopo cena, ho riaperto Repubblica online sul laptop, e ho trovato questa foto.

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Ora, mentre sto scrivendo, mio figlio sta leggendo un libro sul divano. Fra poco lo porto a letto. Niente fiaba della buona notte, stasera. Invece gli mostrerò la foto, gli dirò che anche da noi in linea di principio fare certi gesti, ripetere certe cose, è proibito. E se nessun poliziotto interviene a impedirlo, forse è giusto che lo faccia la gente.

E poi (una promessa è una promessa) gli spiegherò chi era quel signore del giornale e che cosa significava riferita a lui quella parola, boia.

E gli dirò che a volte, anche se purtroppo non sempre, i boia ci finiscono davvero, appesi a testa in giù.


gravita' zero

God damn it, you've got to be kind.